Baronio: “Brescia sta vivendo un dramma, la mia famiglia ha paura”

Brescia resta quella di sempre, nonostante tutto: Brescia la forte, Brescia la ferrea, Brescia la leonessa d’Italia. Roberto Baronio lo sa bene e si sente proprio come la sua città nonostante i cinquecento chilometri di distanza che li separano: entrambi si piegano, ma non si spezzano e sanno sempre che cosa fare per ripartire. Oggi la testa dell’ex centrocampista della Lazio è tutta per la sua famiglia e la sua gente che vive in un paesaggio diventato sempre più spettrale e immerso in un silenzio assordante interrotto ogni tanto dalle sirene delle ambulanze. È cresciuto al fianco di Andrea Pirlo e ha allenato la stellina Sandro Tonali, oggi però Baronio fa fatica a parlare di calcio mentre tanti suoi corregionali vengono colpiti da un nemico invisibile. L’ex centrocampista spera che tutto possa tornare presto alla normalità per ricominciare a lavorare sodo in vista del futuro. Roberto culla un sogno che sicuramente renderà la sua gente ancora una volta tanto orgogliosa di lui.

Roberto, come è stato smettere di giocare? Come va la sua nuova vita?
Non ho smesso di giocare per volere mio. Nel 2011 ho chiuso la stagione in Lega Pro con l’Atletico Roma, una squadra che poi non si è più iscritta al campionato: abbiamo perso la finale playoff per andare in B. Speravo almeno di giocare in quella categoria, dalla A non mi aveva chiamato più nessuno dopo che mi era scaduto il contratto con la Lazio: allora i 32enni e i 33enni non erano richiesti. Speravo di scalare almeno una categoria, invece mi sono arrivate tante richieste solo da squadre di Lega Pro, ma non me la sono sentita di accettare. Stare in quei campionati dopo tanti anni di A mi pesava, non riuscivo a divertirmi. Giocare al Flaminio di Roma mi piaceva, ma pensare di dover fare lunghe trasferte e andare a giocare in altre città non mi entusiasmava. Così ho preferito rispettare chi mi chiamava dicendo ‘no’ anziché ‘sì’ solo per portare a casa dei soldi.

Quando ha deciso di fare l’allenatore? Qualche tecnico avuto in passato è stato fonte di ispirazione?
Dopo l’Atletico Roma sono rimasto fermo per un anno: volevo capire se potevo giocare ancora o meno, ma non è arrivata la chiamata giusta. All’epoca Luca Bergamini era il presidente di una squadra dilettantistica di Roma che si chiamava Futbolclub: eravamo amici ed era pronto ad affidarmi la squadra Allievi. Ci ho provato e ho capito subito che era la mia strada. Mi piaceva stare sul campo per trasmettere la mia esperienza. Sono stato per tre stagioni al Futbolclub vincendo il campionato tutti gli anni. Poi un mio amico che lavorava in Nazionale mi ha segnalato ad Antonio Conte: lui e Maurizio Viscidi hanno deciso di portarmi in Federazione dove ho lavorato due anni con l’Under 18 e l’Under 19. Poi ho guidato la Primavera del Brescia per un anno e quella del Napoli per una stagione e mezza.

Come è stato allenare la Primavera della squadra della sua città? Ha lavorato anche con Sandro Tonali?
È stata una grande occasione: significava tornare a respirare l’aria di casa mia e lavorare nelle giovanili in cui ero cresciuto da piccolo. Ho allenato Tonali per 6 mesi prima che passasse stabilmente nella prima squadra: dal dicembre 2017 in poi ha cominciato a giocare in Serie B ed è diventato Tonali. Ho allenato pure Cistana che sta facendo bene, Mangraviti che ha giocato qualche gara in A, poi Viviani e Papetti che ha debuttato sul campo del Sassuolo. A gennaio Tonali 2018 è passato in prima squadra, gli altri sono andati in Lega Pro durante il mercato.

Che cosa rende speciale Tonali?
Mentalmente è un ragazzo molto avanti per la sua età. Quando si allenava con me bastava osservare un suo passaggio di 15 metri per capire tante cose: come, quando e perché colpiva il pallone. Certi particolari saltano all’occhio e capisci perché un ragazzo vede quello che gli altri ragazzi della sua età magari non vedono. Tonali era più piccolo dei suoi coetanei: era un 2000 e giocava coi ragazzi del ’98-’99 ed era al primo anno di Primavera, ma sul campo sembrava che avesse 3-4 anni in più.

Dove sta passando la quarantena? Dove vive oggi?
Vivo a Roma da tanti anni ormai: i miei figli sono nati e cresciuti qui, il più grande compirà 18 anni tra due mesi, la piccola ne farà 12. I miei parenti invece stanno a Brescia: mia madre e mio fratello con la sua famiglia vivono in provincia, per fortuna stanno bene, ma stanno vivendo un dramma per via del coronavirus che sta colpendo i loro amici. Lì la situazione è drammatica: la mia famiglia vive in un paesino di 8000-9000 abitanti ed è rinchiusa dentro casa con l’apprensione e il terrore di potersi ammalare da un giorno all’altro. In questo momento si trovano in un paese fantasma: si sentono ogni tanto le sirene delle ambulanze che girano per le strade, sta diventando spettrale per via delle restrizioni che sono state imposte. C’è davvero grande paura perché ci sono tantissimi casi e anche tanti morti.

Lei è nato a Manerbio, ma è cresciuto a Verolanuova: che cosa ricorda della sua infanzia?
L’oratorio era il mio stadio: per tutti noi andarci significava poter giocare su un campo in terra che aveva delle porte. Allora si giocava per strada, spesso nei campetti da basket con le porticine in ferro. Mi sono rotto e sbucciato le ginocchia per strada e ne sono orgoglioso: mi sarebbe piaciuto far crescere i miei figli così perché è uno dei modi più sani in assoluto e aiuta a crescere meglio rispetto all’epoca attuale.

Fa diventare anche calciatori più forti? Più temprati psicologicamente?
È una cosa che incide e che può dare una mano, ma si diventa calciatori solo con la testa giusta: bisogna essere portati e avere un’indole da professionista. Non lo diventano tutti perché pochi pensano esclusivamente al calcio. Crescere per strada è stato una grande palestra, un ottimo addestramento e l’allenamento migliore.

Che tipo di rivalità c’è tra Brescia e Bergamo?
È una rivalità forte, non ci stiamo simpaticissimi e ci può stare finché tutto resta in ambito sportivo e non sfocia in violenza. Nel calcio c’è una rivalità molto forte anche se non stiamo parlando di due squadre della stessa città come succede ad esempio per Roma e Lazio. Brescia e Bergamo sono molto vicine geograficamente, le loro province sono confinanti e questo ha portato a una forte rivalità che ogni tanto purtroppo è sfociata in qualche casino di troppo. Tutto dovrebbe restare dentro il terreno di gioco.

Lei ha giocato con Andrea Pirlo che diventerà presto allenatore: come lo vede in questa nuova veste?
Sento Andrea almeno una volta alla settimana: siamo cresciuti insieme e siamo rimasti molto amici. Abbiamo fatto le giovanili del Brescia, abbiamo vinto con l’Under 21 e abbiamo disputato un grande campionato con la Reggina nel 1999-2000 prima che Andrea cambiasse ruolo e diventasse Pirlo. Abbiamo un rapporto familiare che va oltre l’amicizia. Siamo rimasti l’Andrea e il Roberto che erano cresciuti insieme a Brescia. Pirlo ha fatto grandissime cose da giocatore, forse è stato il numero uno nel suo ruolo. Anche a me ha detto di voler cominciare ad allenare: penso che abbia la testa per farlo se gli verrà data la possibilità. Vedremo quanto sarà bravo: esserlo come è stato da calciatore significherebbe fare un’altra grandissima carriera nel calcio, io glielo auguro. Quando lo senti parlare sembra che abbia la testa per allenare.