Il rifiuto a Inter e Milan, Gigi Simoni e la buca a Salas. A 50 anni Maspero si racconta

Il calcio come officina di felicità sempre e comunque, a prescindere dal ruolo che si ricopre. Oggi Riccardo Maspero ha 50 anni, molti ricordi da condividere e ancora tanti desideri da togliersi, sempre col pallone tra i piedi

Come è nato il legame tra lei e il Torino?
Devo ringraziare Simoni. È nato casualmente: io ero senza squadra e Simoni mi aveva detto di andare in ritiro con loro e di mettermi in discussione. Ho accettato la sfida, mi hanno fatto firmare il contratto ed è iniziata la mia avventura col Toro. Purtroppo poi Simoni fu esonerato però arrivò Camolese: una persona speciale per quel tipo di squadra, un allenatore giovane inserito in un contesto giovane però di grande qualità. Abbiamo fatto una cavalcata impressionante in Serie B, record su record, abbiamo vinto il campionato e l’anno dopo ci siamo qualificati per l’Intertoto. Poi ci sono stati i derby contro la Juve in cui non abbiamo mai perso: due pareggi tra andata e ritorno. Con Camolese ci siamo tolti soddisfazioni.

Che cosa pensa del Torino di oggi?
È in difficoltà, la squadra ha delle problematiche, bisogna stare attenti perché la classifica inizia ad essere preoccupante. Manca qualcosa, però penso che un allenatore va lasciato lavorare, va cambiato solo quando ha rotto con lo spogliatoio. Va data fiducia a Giampaolo: è un allenatore che pratica un gioco particolare e ha bisogno di tempo per trasmetterlo ai suoi calciatori. Va aiutato il più possibile.

Quando ha deciso di scavare la buca per far sbagliare Salas su rigore in Juve-Torino 3-3?
Era un derby maledetto: non venivamo da un periodo positivo e contro la Juve perdevamo 3-0 dopo mezz’ora. All’intervallo ci siamo guardati negli occhi senza dire troppe parole. Il gruppo era unito e compatto. Quando siamo rientrati in campo la Juve ha mollato un po’, noi ci siamo caricati e abbiamo ribaltato la situazione. Dopo il gol del 3-3, vederci fischiare contro un rigore come quello mi è sembrato ingiusto. Tutti reclamavano e andavano dall’arbitro, volavano cartellini gialli. Se ci fosse stato il Var non sarei stato costretto a scavare la buca: ci avrebbe pensato la tecnologia. Da rigorista sapevo l’importanza del dischetto: il punto in cui appoggi il pallone deve essere bello piatto. Decisi di disturbare chi avrebbe calciato il rigore: forse ho dato un calcio troppo forte e si è formato un buco, Salas ci ha messo il pallone sopra, ha calciato di collo e la palla è andata altissima. Il mio gesto è nato dalla rabbia per il torto subito. Non pensavo che sarebbe diventato un affare di Stato: lo hanno riportato al telegiornale, poi è stata una settimana particolare. Ne avevano parlato al “Processo di Biscardi” ed è diventato un caso.

Lei ha indossato la maglia numero dieci della Fiorentina: è pesante? Castrovilli la merita?
È tanto pesante. Oggi magari di Antognoni e di Baggio ci si ricorda di meno però la dieci a Firenze è una maglia importante. Si sentono un po’ gli inventori del calcio: lì è vissuto diversamente rispetto ad altre città. Per portare quella maglia servono spalle larghe. Castrovilli mi piace, lo seguivo anche quando era alla Cremonese: non si fa intimidire e sta crescendo, si merita la maglia numero dieci. Però io avrei aspettato a prenderla perché penso che te la debbano dare a furor di popolo: così non diventa pesante.

Lei si è ritirato a 42 anni in Eccellenza: che cosa l’ha spinta a giocare così a lungo?
Nel 2003-04 ho vinto il campionato di Serie B con la Fiorentina, stavo bene e avevo voglia di giocare. Io ho avuto la fortuna di giocare a 17 anni in prima squadra nella Cremonese, altri miei coetanei a quell’età andavano in giro per la Serie C o per i campi dei dilettanti. Io ho fatto il percorso inverso: sono partito in alto poi ho provato il calcio dilettantistico che è il motore del calcio vero, A e B non esisterebbero se non ci fosse. La pandemia sta tagliando le gambe ai dilettanti, speriamo di trovare il vaccino al più presto.

Come è cambiato il calcio rispetto a quando lei giocava?
Il calcio di oggi è meno tecnico ed è più fisico. In passato i giocatori tecnici venivano tutelati, coccolati e aspettati. Oggi non c’è pazienza nell’aspettare i giovani. Nel 2019 ho allenato la Giana. Al primo anno ci siamo salvati nelle ultime giornate: non avevo l’obbligo di far giocare i giovani e abbiamo fatto un miracolo, i giocatori esperti hanno reso al massimo. L’anno dopo siamo partiti con l’obbligo di giocare con 4-5 giovani e purtroppo quando perdi due gare vieni messo in croce ed esonerato. Ai giovani va concesso l’errore. In C la Juve Under 23 è fortissima nel palleggio, ma quando perde prende imbarcate, ma è normale che sia così. Quando ero giovane io, mi hanno aspettato e hanno accettato i miei errori.

Lei ha sfiorato la promozione in Serie B col Pavia 2014-15: rammarico per come è finita?
C’è rammarico perché era un capolavoro. La mia fortuna è stata avere Massimo Londrosi al mio fianco: se ne intende di calcio, sa come si costruiscono le squadre. Lui l’ha fatta, io l’ho allenata. La proprietà cinese però non ha avuto pazienza. Sono stato esonerato a fine campionato quando mancava la ciliegina sulla torta. Quell’anno eravamo andati oltre le aspettative. Per me è stata una mazzata. Quella squadra era nata con le mie idee. È stato preso Giovanni Vavassori che pensava l’opposto di ciò che pensavo io.

Dopo il ritiro le hai aperto una fabbrica: come è nata questa scelta?
Quando ero coi dilettanti mia moglie aveva già un’attività di famiglia. Ne abbiamo aperta una insieme. Uno come Ronaldo può permettersi di non far niente dopo il calcio, tanti giocatori quando smettono devono trovare qualcosa da fare dai 30 ai 50 anni prima di prendere la pensione. Abbiamo aperto una fabbrica, poi ho cominciato ad allenare e l’ho abbandonata. Oggi la guidano mia moglie e i miei figli.

Va in fabbrica ogni tanto? Le ricorda lo spogliatoio?
All’inizio ci andavo sempre, oggi ci vado quando c’è bisogno: non mi vergogno di prendere il camioncino per andare a consegnare ciò che va consegnato. La fabbrica di mia moglie produce sollevatori per moto, la mia linee vita e sistemi anticaduta dall’alto. È come uno spogliatoio: bisogna cercare di coinvolgere il più possibile gli operai e di farli sentire partecipi del progetto e degli obiettivi. Se riesci a farlo, l’operaio viene a lavorare con più entusiasmo e rende di più. È la stessa cosa che succede tra allenatori e giocatori.