Inler: “Zero scudetti? Peccato. E sulla maschera da leone vi dico…”

Un muro e un pallone, una voce amica che motiva e spinge, poi il rumore del treno che passa alle spalle, diretto verso terre lontane e ancora da conoscere. Gökhan Inler è l’uomo di mezzo cresciuto nella terra di mezzo: sangue turco e natali svizzeri, venuto al mondo nella piccola Olten, uno dei più importanti snodi ferroviari elvetici. Una terra di passaggio per molti, Inler compreso, che qui ha costruito mattone dopo mattone il sogno che suo padre avrebbe voluto realizzare. Gökhan gli deve molto, compreso quel tiro dalla distanza che senza i suoi incoraggiamenti forse non sarebbe mai diventato la sua arma in più. Dopo la Svizzera c’è stata l’Italia, Udine e soprattutto Napoli, la sua gente e la sua passione. Nella sua carriera Inler ha vissuto anche una favola inglese irripetibile, prima dell’approdo ad Istanbul dove l’ha portato il suo stesso sangue. Qui Inler si tiene in forma per un’altra avventura tra sogni, scatti e tiri dalla distanza.

Gökhan, lei ha concluso da poco la sua esperienza al Basaksehir: come è andata?
Ho vinto il campionato, il secondo a cui tengo di più dopo quello conquistato col Leicester. Entrambi i club non lo avevano mai vinto nella loro storia. Nel 2017 ho firmato un triennale col Basaksehir dove ho giocato insieme a grandi calciatori: Adebayor e Robinho, Arda Turan ed Emre Belözoglu, Gaël Clichy ed Elia, Junior Caiçara ex Schalke e Demba Ba, anche io ovviamente. Nei primi due anni abbiamo lottato per il titolo, ma alla fine abbiamo perso: non avevamo ancora l’esperienza giusta. L’anno scorso avevamo 8-9 punti di vantaggio, ma ha vinto il Galatasaray ed è stato difficile da accettare. È arrivato un nuovo allenatore, la squadra però è rimasta più o meno la stessa: il mister ha cambiato il sistema, ma noi sapevamo come giocare. Vincendo sempre siamo stati sempre davanti, come era successo col Leicester.

Lo stop per il coronavirus ha complicato le cose?
La scoppio dell’emergenza ha fermato tutto. Dopo il lockdown tutti hanno lavorato per recuperare le energie. Siamo abituati ad avere pochi tifosi al nostro fianco, le altre squadre facevano 20mila-30mila spettatori prima del coronavirus. Il campionato è ripreso senza pubblico, ma noi sapevamo come giocare senza il supporto della gente fuori casa. In questi casi si vede chi ha qualità: all’Europeo e al Mondiale è così e chi ha qualità vince. Il Basaksehir ha vinto perché sapeva come giocare in campo neutro.

Tutti ricordano la sua presentazione con la maschera di leone al fianco di De Laurentiis nell’estate 2011: come è nata quell’idea?
Avevo fatto i controlli medici a Castel Volturno, il presidente era con me e sapeva che poi saremmo saliti su una nave da crociera MSC. Ad un tratto mi ha chiesto come poteva presentarmi alla stampa: lui lavora nel mondo del cinema e vuole fare sempre le cose in grande. Ho trovato nello spogliatoio una maschera da leone, apparteneva a Lavezzi: al Pocho piace tanto scherzare. Il presidente mi ha detto di metterla per la presentazione. Io non avevo mai fatto queste cose, alla fine però ho accettato e gli ho detto: “Va bene presidente, lo farò per lei”. Ho preso quella maschera, siamo saliti sulla nave ed è andata come sapete.

Che cosa vi è mancato per vincere lo scudetto a Napoli?
Ci siamo andati vicini. La Juve però era più forte e lo è ancora: ha sempre vinto da allora fino ad oggi. Avevano sempre qualcosa in più. Giocare a Napoli è divertente, allo stesso tempo però è difficile perché devi vincere ogni partita: a Napoli c’è una pressione diversa rispetto alla Juve. La gente è più calorosa: quando vai in giro ti cercano, la vita è diversa. Giocare a Napoli mi è piaciuto: c’era feeling con la gente.

Lei è stato allenato da Mazzarri e da Benitez: che differenze ci sono tra loro due?
Mazzarri curava ogni singolo dettaglio e preparava benissimo tutte le partite: quando scendevamo in campo sapevamo che cosa fare. Anche il gioco di Benitez era organizzato e lo abbiamo dimostrato vincendo. Ho pensieri positivi per entrambi: mi hanno insegnato molto e mi è piaciuto lavorare con loro.

Nel 2012 avete sfiorato i quarti di Champions: brucia ancora quell’eliminazione?
Che bella partita! Quella sera avevo fatto anche gol, uscire è stato un peccato. Avevo visto la gioia dei tifosi dopo la vittoria col Villarreal ai gironi: avevo segnato e siamo passati. Agli ottavi abbiamo messo sotto il Chelsea al San Paolo 3-1 e siamo stati vicini al 4-1. Al ritorno a Londra siamo andati sotto 2-0, poi abbiamo segnato e in quel momento abbiamo pensato di farcela. Poi è arrivato il gol del 3-1, siamo andati ai supplementari e il 4-1 ci ha tagliato le gambe. Il Chelsea aveva più esperienza di noi, era abituato a giocare quel tipo di partite con quella pressione, poi gli inglesi ce l’hanno nel sangue. Col Leicester abbiamo vinto tante partite nel finale senza mai mollare: è la carta in più del calcio inglese.

Lei era in campo anche nell’ultima partita di Del Piero con la Juve: che cosa ricorda?
Sì, Juve-Napoli, la finale di Coppa Italia 2012. Seguivo Del Piero quando ero più giovane, ha fatto una grande carriera ed è stato un simbolo. È stato un onore giocare contro di lui, in quel momento però ho goduto per la nostra vittoria.

Nella sua foto profilo su Whatsapp c’è il Golfo di Napoli alle sue spalle: perché?
Non la cambio perché è bella. A Napoli sono cresciuto come giocatore, lì sono diventato Gökhan Inler. L’Udinese mi ha preparato per arrivare fin lì. A Udine c’era una grande squadra. In porta Handanovic. In difesa Benatia, Cristian Zapata, Lukovic, Domizzi, Guilherme Siqueira. A centrocampo D’Agostino e Pinzi. Sugli esterni Armero, Isla, Asamoah, Basta, Cuadrado, Candreva. In attacco Sanchez, Di Natale, Quagliarella, Floro Flores, Muriel, Duvan Zapata, Ighalo. Giocatori che poi hanno fatto il salto di qualità.

Come vede il Napoli di oggi? Gattuso è l’uomo giusto per guidare questa squadra?
Il mister mi piace: ho giocato contro di lui e so com’è. Il Napoli è una famiglia come tutte le squadre in cui sono stato, a differenza delle altre però mi ha dato qualcosa in più e mi piace seguire chi va via e chi arriva. Il mister dà tutto, ha un grande carattere, non gli piace perdere, ha qualcosa in più rispetto agli altri allenatore nel rapporto coi giocatori, sa motivare. Gattuso ci mette l’anima ed è l’uomo giusto.

Come giudica il mercato del Napoli fatto fin qui?
Mi dispiace per la partenza di Allan: siamo amici ed è un giocatore forte, come me è passato dall’Udinese al Napoli dove i tifosi lo amavano. È andato all’Everton: una piazza importante, una grande esperienza. Osimhen è un bel colpo, va seguito, è un bell’investimento per il Napoli. Mi è stato chiesto come farei giocare la squadra in mezzo al campo. Se hai sette centrocampisti devi mandare via qualcuno oppure devi giocare a tre. Se vuoi giocare a due devi avere meno uomini in quel reparto. Stare fuori è difficile, io ho provato questa esperienza. I giocatori del Napoli hanno qualità, sono giovani e devono crescere.

Lei parla un po’ da allenatore:  le piacerebbe arlo dopo il calcio giocato?
Ho vissuto tutto nella mia carriera. In Italia ho giocato sempre, sono stato capitano della Svizzera. Al Leicester ho disputato le coppe nazionali e non abbiamo mai perso. In Turchia ho vinto due scudetti. Ho provato che cosa significa essere fuori ed essere dentro, essere leader e non essere leader. Anno dopo anno divento sempre più vecchio: adesso ho 36 anni e posso dare una mano ai giovani. Voglio ancora giocare: mi sto allenando duramente per questo. Mi preparo, sono libero.

Vorrebbe tornare nel nostro campionato?
Non lo escludo, anche se in Turchia ho vissuto quattro anni bellissimi e ho fatto tante cose oltre il calcio: ho una fondazione, aiuto i bambini che non hanno soldi per andare a scuola. Ho fatto qualcosa anche per i cani che mi piacciono tanto. Volevo aiutare quei bambini che non hanno i genitori, volevo fare qualcosa per loro perché ho sangue turco. I miei genitori sono cresciuti qui. Il mio obiettivo è stare qui, ma se non posso giocare devo studiare altre soluzioni. Voglio fare il calciatore finché posso. È difficile smettere per un giocatore, bisogna farlo nel momento giusto. Mentalmente mi sento ancora un calciatore, non me la sento di allenare oppure di andare in una società per fare scouting o il direttore sportivo. Ora non penso a queste cose, ma voglio restare nel calcio dopo il ritiro perché è il mio grande amore fin da bambino.