La nuova vita del bomber Protti, attore e giornalista: “Ho detto no al Milan… per il Livorno”

Lucido e sincero e soprattutto ancora profondamente innamorato di ciò che è stato. L’amore è eterno finché dura è una regola secondo molti, ma non per Igor Protti, uno di quelli che hanno amato il proprio mestiere e che continuano ad amare tutte le maglie che hanno indossato nella loro vita. Protti è stato l’uomo che ha cambiato la storia del Livorno, che ha emozionato la gente di Bari, che ha dato tutto a Roma e a Napoli con la dieci di Maradona sulle spalle, che a Messina non ha fatto rimpiangere un certo Totò Schillaci. Negli ultimi mesi purtroppo sono andate in quarantena tante cose, ma non la capacità che Igor ha di guardarsi dentro, dopo una carriera che è storia e un’altra invece che è ancora quasi tutta da scrivere. La natura non lo ha fatto stanziale, il destino però ha voluto che trascorresse il periodo di isolamento per l’emergenza sanitaria a Casale Marittimo, un piccolo borgo toscano che, come tutte le località collinari, concede ai suoi abitanti un punto di vista sopraelevato sul mondo e sulle cose. Qui Protti aspetta una nuova avventura per innamorarsi ancora, sempre col pallone tra i piedi.

Igor, che cosa ne pensa della ripartenza del calcio italiano?
Ci sono due aspetti legati alla ripartenza:  da un lato è un segnale di reazione a tutto quello che abbiamo vissuto negli scorsi mesi. Dall’altro c’è un aspetto forse meno positivo perché è un calcio a metà, completamente diverso rispetto a quello che siamo abituati a vedere e che conosciamo. Sono stato giocatore professionista per 21 anni e sono consapevole che al di là del gesto tecnico, della bella azione e del bel gol, gran parte della bellezza calcio sta nel pubblico, nel tifo, nei colori delle bandiere e delle sciarpe.

Il calcio a porte chiuse è senz’anima?
Sì, è un po’ freddo, un po’ fine a se stesso. Tutti quanti abbiamo la sensazione che i ritmi delle partite siano più bassi probabilmente per una condizione atletica non eccezionale dovuta agli scorsi mesi di un’attività fisica parziale. Personalmente sono convinto che siano dettati anche da altri due fattori: da un lato il tifo spinge ad aumentare i ritmi, dall’altro una partita senza rumori dà la sensazione che sia più soporifera. Le urla, le grida e i cori invece la rendono molto più vivace.

Come ha vissuto la quarantena negli scorsi mesi? L’ha fatta riflettere su qualche aspetto in particolare?
Sono rimasto a casa: io vivo da solo e ho passato mesi abbastanza complicati in compagnia di me stesso di vero isolamento. Al di là delle telefonate e delle videochiamate o dell’uscire per andare a fare la spesa sono sempre stato da solo. È stato un periodo particolare e strano. Ho avuto tempo per pensare a tantissime cose. Ci lamentiamo spesso delle cose che non vanno per il verso giusto, poi da un momento all’altro ci siamo accorti che la quotidianità è molto più bella rispetto a quella che pensavamo. Dover rimanere chiusi in casa ce lo ha fatto capire.

Dove vive oggi?
A Casale Marittimo, un paese ad una trentina di chilometri da Livorno e ad una decina di chilometri dal mare che si vede in lontananza: si trova in collina ed è un piccolo borgo di poco più di mille abitanti. Vivo qui in tranquillità e serenità da una decina di anni: mi piace anche se dopo così tanto tempo sento la voglia di spostarmi. Io non sono abituato ad essere stanziale, dopo un po’ di tempo ho bisogno di cambiare.

Lei ha preso scelte coraggiose nella sua carriera, ad esempio rifiutare il Milan…
Avevo 18 anni, il Milan mi aveva preso dal Rimini: era l’ultimo anno di Farina. A Livorno c’erano Bergamini e Galassi: avevano un rapporto di amicizia col presidente rossonero, mi chiesero se volevo andare al Milan per giocare in Primavera oppure con loro in Serie C. Da ragazzo ero tifoso milanista: andarci sarebbe stato un sogno, però consideravo l’esperienza nelle categorie inferiori come un passaggio obbligatorio per arrivare a giocare un giorno in squadre importanti. Così ho preferito andare un anno in C in prestito al Livorno. Speravo di trasferirmi a Milano l’anno successivo: come me lo speravano anche Gadda, Zaninetti, Ferrari e D’Este. Poi però Farina ha lasciato i rossoneri, c’è stato il cambio societario e noi ci siamo ritrovati di proprietà del Livorno e staccati dal Milan. Probabilmente non erano accordi scritti e depositati in Lega bensì di amicizia: parliamo del 1985 e di un mondo molto diverso, allora quando si facevano le cose spesso bastava una stretta di mano.

Che rapporto si è creato tra lei e il Livorno fin dall’inizio?
Quando sono arrivato non sapevo assolutamente quello che avrei trovato: all’epoca volevo solo giocare a calcio. La presenza del mare era l’ultima cosa a cui avevo pensato, anche se poi col passare degli anni mi sono reso conto che è un aspetto fondamentale per la mia vita: io sono nato a Rimini in una città di mare e non riesco a stare più di tanto senza vederlo. Sono arrivato con grande entusiasmo, avevo 18 anni e mi sono innamorato della gente, del tifo e della città. Mi chiamavano il “bimbo” e mi rispettavano molto. Mi è rimasto impresso ciò che ho visto arrivando allo stadio: c’era una gigantografia del Livorno del Dopoguerra che lottava per lo scudetto. Quando sono arrivato io la squadra non faceva la B da tantissimi anni e quell’immagine mi ha dato una sensazione di romanticismo: avevo una missione da portare a termine.

Lei ha esordito in Serie B col Messina: che emozioni ha provato?
È stato il primo salto importante dal punto di vista professionale per me: la Serie B era un mondo completamente diverso e cominciava ad avere una visibilità a livello nazionale, la radio raccontava le partite in diretta e la televisione faceva vedere i gol. Poi tra me e la città è nato un rapporto meraviglioso. Sono arrivato nell’anno in cui Totò Schillaci era passato alla Juventus: io ero giovanissimo, avevo 21 anni. Sulla carta il sostituto di Schillaci sarebbe dovuto essere Vincenzo Onorato che aveva disputato un bel campionato con la Reggina l’anno prima. All’esordio in coppa Italia contro il Torino, il mister Francesco Scorsa scelse di darmi la maglia numero 9 da titolare: il Celeste era pieno, ci seguiva gente anche dai terrazzi e dai tetti delle case intorno. Quella maglia era molto pesante però è andato tutto molto bene: ho segnato due gol, abbiamo vinto 2-1 ed è nato subito un rapporto di affetto e stima tra me e la città. Quando al Celeste la gente urlava “Messina, Messina” sembrava che la terra tremasse. Lo stadio poteva contenere 20mila spettatori, ma sicuramente ad ogni partita ce ne erano di più. Poi non c’era nemmeno la pista di atletica: il Celeste metteva tanta pressione agli avversari e a volte anche a noi quando bisognava vincere a tutti i costi.

A Messina lei ha lavorato con la famiglia Materazzi: che cosa ricorda?
Beppe Materazzi mi ha fatto esordire a Rimini a 16 anni e mezzo poi l’ho ritrovato al Messina dove c’era anche il figlio Marco che però allora era ancora un bambino. Abbiamo stretto rapporti quando ci siamo ritrovati al Bari allenato sempre da suo padre: all’epoca Marco aveva 15-16 anni e veniva ad allenarsi con noi. Lì ci siamo conosciuti meglio: a Messina era ancora un po’ piccolino, poi  è cresciuto tanto e davvero bene.