Lamouchi: “Che rimpianto il no alla Juve. Ribery un matto. Sogno l'Italia”

(Photo by Matthias Hangst/Getty Images)

In Francia ha imparato a ruggire come l’animale simbolo della sua città natale Lione, in Italia ha appreso l’arte dell’attesa in mezzo campo, in Qatar quella di guardarsi dentro nei momenti chiave della sua vita. In una penisola terra di mezzo e di passaggi di stato per antonomasia, Sabri Lamouchi ha smesso di essere un calciatore ed è diventato un allenatore nel 2009, tre anni prima dell’esperienza in panchina da Ct della Costa d’Avorio di Didier Drogba al Mondiale 2014. Da allora ad oggi l’ex centrocampista ha allenato in Francia e in Inghilterra, non ancora in quell’Italia che non ha mai dimenticato. Il Parma è stato tutto, la Juve il più grande rimpianto, l’Inter un’avventura che sarebbe potuta andare in maniera diversa. A 49 anni Lamouchi si racconta e lancia la sua prossima sfida sempre col pallone tra i piedi.

Sabri, lei ha scelto di fare l’allenatore: come sta andando questa sua nuova carriera?
Ho cominciato nel 2012 sulla panchina della Costa d’Avorio, la nazione più forte del continente africano: abbiamo disputato la Coppa del Mondo del 2014 in Brasile. Purtoppo poi non sono arrivate offerte dall’Europa allora sono andato in Qatar all’Al-Jaish dove ho vissuto una bellissima avventura durata due anni e mezzo e fatta di tante vittorie. Poi ho allenato il Rennes in Francia: all’inizio eravamo messi male, ma abbiamo chiuso la Ligue 1 al quinto posto e ci siamo qualificati in Europa League. Ho un bellissimo ricordo: il Rennes è incredibile, i tifosi sono caldissimi. Poi sono andato in Championship al Nottingham Forest, uno dei club più importanti della Gran Bretagna: la storia con loro è finita sei settimane fa.

Lei ha allenato Didier Drogba: che esperienza è stata?
Non è stato facile. Si è rivelato una grandissima sorpresa, è un uomo veramente intelligente, un grande professionista con un talento immenso. Quando sono diventato Ct della Costa d’Avorio Didier si era trasferito da poco in Cina, poi è andato al Galatasaray: non era un momento facile per lui, ma ha fatto sempre enormi sacrifici per la sua nazionale. Avremmo potuto vincere 2-1 contro la Grecia all’ultima giornata, ma su contropiede all’ultimo minuto ci è stato fischiato un calcio di rigore contro: c’è stata grande delusione e frustrazione. È stato difficile buttare giù quell’eliminazione, ma come prima esperienza è stato tutto fantastico. I giocatori e il presidente della Federazione sono stati incredibili.

Qual è la sua idea di calcio? Quando ha deciso di fare il calciatore?
Io sono stato un allenatore in campo. Seguivo con attenzione gli allenamenti che facevo da giocatore quando ero all’Olympique Ales, poi all’Auxerre, quindi al Monaco. Il mio modo di intendere il calcio è cambiato quando sono arrivato in Italia: prima mi divertivo, dopo è diventato un lavoro vero. Sono stato più attento ai dettagli. Per me l’esperienza in Serie A è stata importante. E penso che la Nazionale francese nel 1998 abbia vinto il Mondiale per un motivo semplice: il cuore della squadra giocava in Italia.

Lei non è stato convocato dalla Francia per il Mondiale ’98: è un suo rimpianto?
Sì, però sono passati 22 anni e adesso non è più un rimpianto. Ho giocato ad altissimi livelli, in grandi società e in grandi squadre. Ho vinto qualcosa da calciatore, oggi faccio l’allenatore: c’è di peggio. Per me ovviamente è stata una delusione importante. Nel ’96 avevo giocato l’Europeo dopo aver vinto la Ligue 1 e la Coppa di Francia con l’Auxerre. Pensavo fosse giusto essere convocato al Mondiale ’98, ma il Ct Jacquet ha fatto una scelta diversa. Loro hanno vinto e io non c’ero: è stato difficile da accettare però c’è di peggio, non posso lamentarmi della fortuna che ho avuto come giocatore e come allenatore.

All’Auxerre lei è stato compagno di squadra di Taribo West: che cosa ricorda di lui?
Era un personaggio impressionante. Era bello prendersi del tempo e mettersi a parlare con lui: volevi capire perché fosse in quel modo. Ricordo una persona interessante che ti spingeva a parlare di religione e a pregare. West portava la parola di Dio nello spogliatoio, aveva fede e sapeva trasmetterla. Taribo giocava e parlava col cuore, era un uomo affascinante.

Al Monaco lei ha giocato con Henry e Trezeguet: erano già pronti per il grande calcio?
Erano giovani, ma avevano un grande potenziale e sono diventati campioni anche per questo motivo. Un campione non deve avere solo grandi qualità, deve essere una persona intelligente che sa prendere le decisioni giuste per la sua squadra, per la sua vita, per la sua famiglia. Henry è andato via sei mesi dopo il mio arrivo: è passato in prestito alla Juve, poi in Inghilterra all’Arsenal dove è diventato l’Henry che conosciamo. Per maturare serve tempo: poi in Premier League si gioca un calcio completamente diverso rispetto all’Italia e alla Francia. Sei mesi in Serie A per un ragazzo di 18-19 anni sono pochi. Wenger è stato paziente nei suoi confronti, gli ha dato tempo per esprimersi e ha fatto la differenza.

Mandatory Credit: Grazia Neri/ALLSPORT

Lei è arrivato in Italia al Parma nel 2000: che cosa ha cambiato nella sua carriera?
In quel momento il campionato più bello e più difficile al mondo era la Serie A. Poi al Parma c’erano Buffon, Cannavaro e Thuram: era una squadrone. C’erano grandi campioni in quello spogliatoio. È un piacere incontrarli e mettersi a parlare con loro oggi perché abbiamo vissuto bei momenti insieme.  Giocare in Italia per me ha significato centrare un obiettivo. Da allenatore ho raggiunto il traguardo di andare in Inghilterra, il prossimo è tornare in Serie A dove ho avuto già la fortuna di giocare. Voglio tornare nel vostro campionato. Per tutti gli allenatori lavorare in Italia rappresenta un’ottima referenza.