Manfredini story: “Dalla Costa d'Avorio al Bernabeu con la Lazio”

Una vita alla luce del sole: tutto è cominciato ad Abidjan in Costa d’Avorio il 1° maggio 1975 ed è cambiato per sempre 5 anni dopo, quando Christian è diventato Manfredini a Battipaglia in Campania insieme alla sua famiglia adottiva e si è avvicinato al calcio. Alla fine degli Anni ’80 la Juve è stata stregata dal suo talento: a 13 anni Christian si è trasferito a Torino e ha vinto insieme ad Alessandro Del Piero. La sua carriera però ha preso bruscamente la forma di una dura salita con un premio in cima: un posto nel Chievo dei miracoli. Sono passati quasi vent’anni da allora, Manfredini però è rimasto il guerriero che abbagliava con le sue giocate e quella maglietta gialla come il sole con cui si è ritagliato un posto in quell’undici che risuona oggi come una filastrocca. Poi ci sono stati i nove anni alla Lazio e tanti insegnamenti da condividere nella sua seconda vita.

Christian, che cosa ha fatto dopo aver smesso di giocare?
Ho preso i patentini da allenatore e da direttore sportivo. Ho seguito il corso da segretario amministrativo. Mi sono preso i patentini che servono per accedere al mondo del calcio: questo però non basta, ci vuole un po’ di pratica. Ho lavorato per tre anni con l’Associazione Italiana Calciatori di Damiano Tommasi affrontando le tematiche su giovani e calcio. Poi ho fatto un po’ l’opinionista in Rai e ho allenato in Eccellenza. Da un anno e mezzo lavoro per la Federazione sempre a livello giovanile: vado in giro per l’Italia a fare istruzione agli allenatori, insegno ad allenare.

Come è nata questa idea?
A me piace insegnare calcio. Allenare i grandi non è semplice, bisogna cominciare un percorso partendo dai piccoli e fare risultati. Mi è sempre capitato di allenare i giovani, questo reparto della Federazione invece si occupa di allenare portando una metodologia sul territorio nazionale che serve più agli istruttori che ai ragazzi. Faccio parte di questo progetto federale come collaboratore esterno.

Dopo il ritiro ha mai pensato di fare qualcosa di diverso dal calcio?
No, ma non avrei difficoltà a farlo. Non ho trovato un’opportunità progettuale in grado di farmi appassionare. Mi è capitato subito qualcosa improntato sul calcio e così ho continuato a fare quello che ho sempre fatto.

Lei è cresciuto in Italia, ma è nato altrove…
Io sono nato in Costa d’Avorio, ma sono italiano a tutti gli effetti. Quando parlo con le persone faccio la battuta e dico che sono solo colorato. Ho sempre vissuto in Italia, ho fatto le scuole qui e tutto quello che fa un bambino italiano. Sono rimasto in Costa d’Avorio fino a 5 anni poi sono stato adottato da una famiglia campana.

Quando ha cominciato a giocare a pallone?
Ho iniziato da piccolo: i miei genitori mi hanno portato al campetto di calcio per farmi socializzare con l’ambiente in cui ero arrivato. Non c’era l’esigenza che giocassi a calcio, se ci fosse stato un campo di pallavolo vicino casa avrei fatto pallavolo: ho scelto il calcio solo per comodità, poi il destino ha voluto che le cose andassero in un certo modo. Ho vissuto in Campania fino all’età di 12-13 quando ho cominciato a fare tanti provini. La prima squadra che mi ha voluto è stata la Juventus: a 13 anni mi sono trasferito a Torino e ho cominciato a giocare nelle giovanili della Juve.

Lei da ragazzino ha giocato insieme ad Alessandro Del Piero: che cosa ricorda?
Ho fatto le trafile delle giovanili fino ai 18 anni. Del Piero era passato dal Padova alla Juve, però in prima squadra non giocava ed era stato dirottato nella nostra Primavera per le fasi finali del campionato e del Viareggio. Eravamo una bella squadra, Alex era la ciliegina sulla torta, aveva qualcosa in più di noi e allora si vedeva già. Alex era un ragazzo normalissimo, era bravo a giocare a calcio, ma questo non lo scopro io. L’anno dopo Roberto Baggio è andato via e Del Piero è entrato stabilmente in prima squadra ed è esploso: non pensavo che avrebbe fatto il grande salto così velocemente. Non pensavo che l’anno dopo sarebbe diventato subito Del Piero, invece è successo.

Lei ha preso un’altra strada rispetto a Del Piero ed è andato in prestito nelle serie minori…
Io ho avuto molte più difficoltà. Nelle giovanili ero uno dei più bravi, poi sono andato in prestito alla Pistoiese in C1, ma non ero pronto per fare il salto nel calcio degli adulti. L’anno dopo mi hanno mandato in C2 alla Viterbese: l’inizio non è stato semplice, ma le cose sono andate meglio. Ho fatto quattro anni di C: ho fatto la gavetta e ho preso schiaffi e calci che mi sono serviti tantissimo perché la C di una volta non era quella di adesso. Ci ho messo molto di più per arrivare al top, poi sono arrivato in B col Cosenza e da lì ho cominciato a capire come funzionava.

Lei ha giocato al Genoa insieme a Davide Nicola…
Sì, al Genoa c’era anche lui. C’erano anche tanti altri bravi giocatori: Pietro Strada, Cosimo Francioso, Marco Carparelli, Gennaro Ruotolo, Vincenzo Torrente. Erano i “vecchi” del Genoa. Era una piazza bellissima, c’era un tifo fantastico. La città è particolarissima e molto affascinante perché c’è il mare.

Non solo Nicola: lei ha giocato anche con Fabio Liverani ed Eugenio Corini…
Sì, ho avuto il piacere di crescere insieme a loro. Nicola era un difensore: non aveva tanta qualità, ma si applicava ed era dedito al lavoro. Liverani e Corini invece erano due geni: giocavano a centrocampo e lavoravano con la testa. Liverani correva pochissimo, ma aveva un grande piede: era un giocatore fantastico, il suo pensiero era molto più veloce delle sue gambe, sapeva sempre servirti il pallone. Ho avuto sempre un gran bel rapporto con Fabio: non ci sentiamo, ma ci stimiamo.

Cosa ricorda invece di Corini?
L’ho incrociato per la prima volta quando giocavo nelle giovanili della Juve: lui era arrivato in prima squadra a 20 anni, io avevo 5 anni in meno. Corini ha avuto due carriere: la prima da giovane di belle speranze in cui però non  riuscito a imporsi alla Juve ed è sceso di categoria. Poi quando è arrivato ai 28 anni ha iniziato un’altra carriera perché da allora fino ai 40 anni è stato uno dei migliori centrocampisti d’Italia. Corini ha fatto benissimo al Chievo, al Palermo e al Torino, aveva una grande tecnica e una grande visione di gioco, un bel piede, tanto dinamismo applicato al lavoro. È stato esonerato, ma allenare una squadra nelle stesse condizioni del Brescia non è semplice.

Come vede la lotta salvezza quest’anno?
La lotta salvezza è bellissima per noi che non ne facciamo parte: è veramente avvincente. Chi non ce la fa, non lo so:  la Spal è in fondo e dovrebbe vincere tante partite e sperare che gli altri le perdano tutte. Il Brescia più o meno ha le stesse potenzialità della Spal. Il Lecce gioca bene. È una bella lotta.

Lei ha giocato col Chievo all’inizio del Duemila: quale era il segreto di quella squadra?
In quella formazione c’erano tanti giocatori di belle speranze non mantenute. Per caso si sono trovati tutti quanti nello stesso momento al posto giusto: in quella squadra c’erano giocatori di qualità e un allenatore che aveva idee nuove che noi abbiamo recepito. Avevamo voglia di emergere ed è scoccata la scintilla. Poi Verona era una città fantastica e il Chievo una squadra piccola che ti dà la possibilità di poterti esprimere senza pressioni: farlo a Roma, farlo a Milano, farlo a Genova è un altro conto. In quel Chievo c’erano Perrotta, Lupatelli, Corini, Moro, Legrottaglie. Siamo stati primi in classifica per due mesi e mezzo: una cosa impensabile nel campionato italiano. L’Atalanta sta facendo benissimo, ma non è mai stata prima in classifica. Noi siamo rimasti primi per due mesi e mezzo, anche se si sapeva che prima o poi le cose sarebbero cambiate e che i valori tecnici sarebbero venuti fuori.

Nel 2002 lei ha sperato di essere convocato dall’Italia di Giovanni Trapattoni?
Non l’ho sognata io, erano gli altri che me lo dicevano: mi ha chiamato anche Trapattoni. Tutti dicevano che giocavo bene, in quel ruolo non c’erano tantissimi giocatori convocabili. Dopo la chiamata del Trap ho pensato che fosse fatta. Poi non ci sono più andato giustamente perché al mio posto erano stati convocati giocatori di grossa qualità che avevano mantenuto un livello di prestazioni superiore rispetto al mio: io avevo giocato bene quel campionato, ma non ero stato continuo.

Qualche anno dopo lei è stato convocato dalla Costa d’Avorio di Didier Drogba…
Sì, quella è stata una furbata del mio procuratore che un giorno mi ha detto: “Va beh, non sei andato con l’Italia. Se vuoi fare un’esperienza diversa perché non provare con la Costa d’Avorio?”. Abbiamo fatto il doppio passaporto, ho provato a giocare con la Costa d’Avorio e mi sono divertito tanto ed è stata un’esperienza positiva con grandissimi giocatori di livello internazionale: Didier Drogba, Yaya Touré, Kolo Touré, Didier Zokora ed Emmanuel Eboué.

Lei aveva un mito da ragazzino? Drogba era uno dei questi?
Sinceramente non ho mai avuto miti. Guardavo i bravi giocatori perché era impossibile fare altrimenti: Ruud Gullit, Marco van Basten, Diego Armando Maradona e Karl-Heinz Rummenigge erano fonte di ispirazione.