Nervo, dal Bologna di Baggio ai mobili: “Non avevamo paura di Ibra. Oggi il legno è la mia vita”

Su e giù, in campo e nella vita. Un tempo da una linea di fondo all’altra. Oggi da Mantova a Bassano del Grappa, dalla comfort zone alla sede  della sua azienda. Dieci anni dopo il ritiro dal calcio giocato, Carlo Nervo è rimasto l’uomo di sempre: un tempo ragionava per avversari saltati col pallone tra i piedi, oggi per obiettivi puntati da lontano e raggiunti con pazienza e determinazione. Un giorno per lui il calcio è diventato una cosa seria in quel Bologna che mai potrà scordare. Roberto Baggio è stato un compagno indimenticabile, Ronaldo il Fenomeno e CR7 due avversari da sfidare. Un giorno Solagna e la sua gente hanno voluto che il ragazzo diventato uomo sulla fascia del campo indossasse la fascia tricolore e allora la politica è diventata un’altra scommessa da provare a vincere. Oggi però preferisce dedicare la sua vita al suo più grande amore dopo il pallone: quel legno che suo padre gli ha insegnato ad amare.

Carlo, lei ha cambiato vita dopo il calcio: com’è nata l’idea di vendere mobili?
Sono un camaleonte: è un modo di essere che aiuta nella gestione di un’azienda. Oggi non ci sono certezze e bisogna spostarsi e inventarsi qualcosa di nuovo ogni giorno, ma è il bello della vita. Passo le mie giornate tra Mantova dove vivo e Bassano del Grappa dove c’è la mia azienda. La settimana scorsa sono stato in Romania dove abbiamo la produzione. Quando riapriranno le frontiere, potrò di nuovo andare in giro a cercare clienti. Vado su e giù come facevo in campo, anche se ho un’altra età rispetto ad allora.

Com’è nata l’idea della showroom? Perché si chiama ‘Kela’?
Io vengo da una famiglia di falegnami. Devo quest’idea a mio padre. Quando ero giovane mi ha insegnato a lavorare, nelle vacanze estive da ragazzo andavo sempre in laboratorio. Il legno è stato ed è la mia vita. Ho portato avanti ciò che la mia famiglia mi ha insegnato. Oggi mi occupo della parte commerciale del lavoro. Il nome ‘Kela’ nasce da ‘Kelo’, una pianta sacra del nord Europa. Dovevo inventarmi un marchio che avesse un suono dolce: allora ho scelto ‘Kela’.

Lei ha lavorato anche in Africa: che cosa ricorda?
Siamo stati in Algeria per quattro anni e mezzo: all’inizio è stata una bellissima esperienza, facevamo bene col made in Italy. Poi ci sono stati problemi politici e varie difficoltà ci hanno spinto a ritirarci da quel mercato.

Quali conseguenze ha portato la pandemia nel vostro lavoro?
Ci ha dato grossi problemi soprattutto per quanto riguarda la circolazione delle merci. La pandemia è stata un grosso problema. Speriamo di trovare una soluzione perché l’Italia deve rialzarsi. Possiamo ancora dire la nostra a livello europeo e mondiale.

Mandatory Credit: Grazia Neri/ALLSPORT

Com’è nato l’amore per il calcio? Lei aveva un mito da ragazzo?
Io vengo da Solagna, un paesino dove c’era solo il calcio. I miei figli oggi possono fare atletica, basket o altri sport. Ai miei tempi, sfortunatamente o fortunatamente, c’era il calcio. Il mio mito era Bruno Giordano.

C’è un giorno della settimana in cui le manca giocare a pallone? Lei si sente bolognese?
La domenica, senza dubbio. Mi guardo sempre tutte le partite. Però se penso a quello che mi manca diventa un problema, penso a quello che avrò. Pensare al passato fa restare fermi. Il mio cuore è rossoblù. A Bologna ho trovato tutto: risultati a livello sportivo ed economico, persone strepitose, tifosi eccezionali. Sono stato lì per 13 anni: chi passa da lì non dimentica, Bologna resta nel cuore. Non scorderò mai la sua gente e quello che ha significato per me.

Quale è stato il giorno bello di quei 13 anni?
L’ho vissuto quando ho fatto gol contro lo Sporting Lisbona nella Coppa Uefa 1998-99. Al mio arrivo il Bologna era in Serie C: abbiamo vinto il campionato, è successa la stessa cosa in B, siamo arrivati in A, poi abbiamo disputato le coppe europee. Segnare quel gol è stato un segno del destino. Abbiamo fatto un percorso perfetto e bellissimo.

Quello più brutto invece?
Quando abbiamo perso lo spareggio col Parma nel 2005 per restare in Serie A. È stata durissima, in quel momento ho pensato di cambiare vita e di fare un altro lavoro dopo il calcio. Mi devo ancora riprendere da quello spareggio. La delusione è stata enorme.

L’arrivo di Baggio ha cambiato la storia del Bologna nel 1997?
Prima del suo arrivo eravamo dei bravi ragazzi, un po’ provincialotti. In quella squadra però c’erano già dei campioni veri. Grazie a Roberto ci siamo sentiti tutti più importanti, le luci della cronaca erano tutte per noi. Baggio è veneto come me, parlavamo in dialetto, scherzava tanto nello spogliatoio. All’inizio abbiamo avuto difficoltà. Ulivieri però è stato bravissimo a compattare la squadra, abbiamo trovato l’alchimia giusta. In quel momento è cambiata la storia del Bologna. Se non fosse arrivato Baggio non sarebbe arrivato Signori, un altro campionissimo.

Che cosa vi ha dato Signori?
Beppe è un uomo di un’umanità straordinaria. Il bomber poi non si discute: sapeva fare gol in tutti modi. Beppe è stato speciale per lo spogliatoio e per la gente, era un Signore di fatto e non solo di cognome. Non dimenticherò mai quello che mi ha dato come compagno di squadra, nemmeno quello che ha trasmesso ai tifosi. Parlo dell’uomo che ho conosciuto e che sento ogni tanto. Beppe è veramente forte.