Orlandini shock: “Mio padre è in ospedale a Bergamo, sta lottando”

Da San Pellegrino Terme a Mesagne, in nome dell’amore. La geografia emozionale di Pierluigi Orlandini non guarda in faccia le distanze: la cittadina pugliese in cui l’ex centrocampista ha messo su famiglia è lontana migliaia di chilometri dal muro dell’oratorio contro cui Pierluigi calciava il pallone da bambino e si allenava anche da solo, quando la sua carriera era ancora un sogno. Con talento e sacrificio sono arrivati l’esordio in Serie A e una vittoria all’Europeo Under 21 grazie al suo golden gol contro il Portogallo di Figo e Rui Costa. Due stagioni nell’Inter, i sei mesi nel Milan e una vita nell’Atalanta, in quel Bergamasco dove oggi purtroppo il dolore è di casa. Lì vivono i genitori dell’ex centrocampista: un passato da operai e un presente che li mette a dura prova. Pierluigi soffre e combatte con la sua gente a migliaia di chilometri di distanza e si comporta con responsabilità in Puglia.

Pierluigi, che cosa ha fatto dopo aver smesso di giocare a calcio?
Ho fatto l’allenatore a livello di settori giovanili e anche in campionati professionistici con gli Allievi. Adesso ho aperto una scuola calcio: mi piace stare coi bambini, condividere con loro le esperienze che ho vissuto sulla mia pelle da calciatore e regalargli qualche opportunità.

Che differenze ci sono tra allenare una squadra e fare l’allenatore in una scuola calcio?
Il lavoro coi giovani è completamente diverso rispetto a quello coi grandi, in primis nella gestione dello spogliatoio. Coi giovani non si bada ai risultati: l’obiettivo è insegnargli l’ABC del calcio e le regole dello stare in gruppo. Devono imparare a rispettare la società, il mister, i compagni: queste cose fanno parte anche del calcio dei grandi. Coi bambini bisogna spendere del tempo per insegnare il gioco del calcio.

Lei è bergamasco, ma ha aperto la sua scuola calcio in Puglia: è diventata una regione importante nella sua vita?
Io vivo a Mesagne in provincia di Brindisi perché mia moglie è pugliese e ho scelto di trasferirmi qui.

La sua Bergamo è lontana ed è molto diversa dalla Puglia: che cosa le ha dato questo mix tra nord e sud?
Sono completamente diversi. Dal punto di vista calcistico qui ci sono meno opportunità: basta vedere quante squadre professionistiche ci sono in Puglia. In Lombardia è diverso, quasi in ogni paese fanno i professionisti ed è più facile trovare squadre con cui poter lavorare. Tutto quanto però va proporzionato al numero di abitanti di ciascuna regione.

Che cosa ricorda della sua infanzia nel Bergamasco?
Io sono originario di San Pellegrino Terme, ma sono nato a San Giovanni Bianco dove c’è l’ospedale. I miei genitori sono stati operai come tanti milioni di italiani. Ho iniziato a giocare a calcio per strada e all’oratorio che si trovava a pochi metri da dove abitavo. È stato un po’ la mia seconda casa, ci passavo la maggior parte del tempo insieme ai miei amici. I miei genitori sapevano sempre dove trovarmi: bastava che venissero all’oratorio. Ci andavo anche da solo, passavo le ore a giocare contro il muro. Erano epoche diverse da oggi. Avevo grande passione: c’eravamo io, il pallone e basta.

Il Bergamasco è uno dei posti migliori per cominciare a giocare e crescere dal punto di vista calcistico?
Io avuto la fortuna di crescere nel settore giovanile del San Giovanni Bianco, poi sono passato all’Atalanta. Nel 2012 sono tornato a vivere in zona e ho allenato il Pontisola. Lì i campionati dilettantistici sono di alto livello, chi arriva tra i professionisti ce la fa perché ha qualcosa di più rispetto a tutti gli altri. Per chi gioca con passione sono tornei divertenti da vedere, era bello allenare lì. Le partite erano combattute, c’era tanta qualità in campo, era davvero un bel calcio.

Bergamo sta passando un momento difficile per l’emergenza del coronavirus: lei è in contatto con la sua famiglia?
Purtroppo è una situazione terribile, chi non la sta vivendo in prima persona fa fatica a comprendere. Mio padre e mia madre sono lì, anche i miei parenti e i miei amici. Mi sento costantemente con loro. Se chiudo gli occhi penso ai posti che conosco e alla gente che sta soffrendo. Immagino come stiano vivendo questa situazione e il fatto di doversi chiudere in casa e non poter andare in giro: ci deve essere un’aria veramente triste. Purtroppo da martedì mattina il mio papà è in ospedale e anche lui sta lottando contro questa cosa. Da quando ci è entrato non riesco a sentirlo, parlo con la dottoressa ogni due giorni in determinati orari. Purtroppo i medici sono pieni zeppi di lavoro e non riescono a dedicarci altro tempo. Ho sentito mio padre tre giorni fa: aveva la febbre ed era un po’ debilitato, l’ho sentito veramente provato. Adesso è in ospedale e viene monitorato minuto per minuto. Speriamo che possa venirne fuori.