Paulo Sergio: “Roma nel cuore, col Bayern ho vinto tutto…. Ma io volevo fare il pilota!”

In fondo volare è sempre stato il suo più grande desiderio. Paulo Sergio lo desiderava fortemente quando era solo un bambino nella San Paolo degli Anni ’70. Col tempo la sua vita ha preso una piega diversa, ma col senno di poi ne è valsa decisamente la pena. Nell’estate 1993 l’ex attaccante si è messo il Brasile alle spalle e ha spiccato il volo direzione Europa: l’impatto con la Germania e con la lingua tedesca è stato duro, ma con pazienza e impegno Paulo Sergio ha conquistato i tifosi della Bundesliga. Col Bayer Leverkusen si è affermato, alla Roma ha vissuto due anni col sorriso sulle labbra nonostante gli allenamenti con Zdenek Zeman fossero tutt’altro che una passeggiata. Il Bayern Monaco è stato la sua finestra sul mondo dei sogni diventati realtà nelle grandi notti europee. Dopo il calcio Paulo Sergio ha capito ciò che non avrebbe voluto fare e ha trovato di nuovo la sua strada nel suo Brasile, oggi colpito dall’emergenza sanitaria di coronavirus.

Paulo, oggi lei fa il commentatore televisivo in Brasile: quando ha cominciato?
Ho iniziato 3-4 anni dopo aver smesso di giocare a calcio. Ho commentato il Mondiale di Germania 2006 per Globo, adesso sono a RedeTV, un canale aperto qui in Brasile. Ogni sabato trasmettiamo una partita della Serie A italiana: un paio di volte ho commentato anche le partite della Roma. Mi dispiace che al momento queste gare non ci siano più.

Il coronavirus ha colpito duramente anche il Brasile: com’è la situazione?
Finora in Brasile i morti sono 3000, a San Paolo sono scomparse più o meno 1500 persone. La situazione non è grave come in Italia, in Spagna o negli Stati Uniti. Qui i politici non la pensano tutti allo stesso modo: i governatori degli Stati brasiliani hanno chiuso tutto, il presidente Jair Bolsonaro invece è contrario a questa misura. Dovremmo fare la quarantena in senso verticale e non orizzontale come vogliono i governatori. Devono essere considerate le condizioni di salute delle persone: i giovani devono fare un tipo di quarantena, gli anziani un altro, chi ha patologie pregresse un altro ancora. Le persone in salute devono andare avanti perché la gente sta perdendo il lavoro.

Insomma, bisogna ritornare al più presto alla normalità…
Non è possibile restare ancora a casa, le persone vogliono uscire e lavorare. La gente è arrabbiata perché i governatori hanno chiuso i negozi. Se non lavoriamo in Brasile rischiamo la crisi perché le persone prima di perdere la vita perdono il loro lavoro. Il presidente Bolsonaro è preoccupato: è una situazione troppo difficile da gestire. Prendendo le giuste precauzioni è possibile tornare alla vita di tutti i giorni.

Qualche persona a lei vicina ha preso il coronavirus?
Ho sentito il mio connazionale Jorginho: insieme abbiamo vinto il Mondiale 1994 col Brasile. Ho saputo che il papà di sua moglie è positivo. In Brasile ci sono più di 40 mila contagiati. Abbiamo festeggiato il carnevale e il coronavirus era già in giro. È stato commesso un errore. Prima del carnevale le attività erano tutte aperte, adesso vogliono chiudere tutto: questa misura è sbagliata.

Lei fa il commentatore in Brasile: ha raccontato anche il Mondiale 2014? Come avete vissuto il 7-1 con la Germania?
Sì, all’epoca lavoravo nella SBT, un’altra televisione brasiliana. Quel giorno il Brasile ha sbagliato la partita: quella squadra non poteva permettersi tre attaccanti, servivano altri giocatori a centrocampo. La Germania si muoveva molto, i tedeschi cambiavano spesso posizione tra di loro. Penso che Felipe Scolari abbia schierato una squadra completamente sbagliata e abbiamo perso malamente. È stato un dramma, è un casino quando si parla di Brasile e di Mondiale. Anche l’ultimo in Russia per noi non è andato bene.

Lei col Brasile però ha vinto…
Sono campione del mondo ’94. Vincere il Mondiale è stato unico, il Brasile non lo conquistava da 24 anni, avevamo tantissima pressione. Abbiamo vinto la finale, mi dispiace che sia successo contro l’Italia. È stata una delle partite più importanti di sempre.

Lei ha sempre sognato di fare il calciatore?
No, da bambino sognavo di diventare un pilota: non ero mai salito su un aereo e volevo fare quell’esperienza, era il mio sogno. Nella mia famiglia la cosa più importante era avere qualcosa da mangiare sulla tavola: quando c’era il cibo eravamo contenti. Ho cominciato a giocare a 13 anni nel Corinthians e ci sono rimasto 9 anni. Nel ’93 sono andato via dal Brasile e mi sono trasferito in Germania al Bayer Leverkusen.