Rubinho: “Io, Tyson e le lacrime di Berlino. L'addio di Conte fu uno shock”

(Photo by Valerio Pennicino/Getty Images)

L’arte di saper aspettare, praticamente la condizione del portiere. Non è un caso che Rubinho sia stato per trent’anni l’angelo custode dei suoi pali. Quando il fratello maggiore Zé Elias si meritava l’Inter, “Rubi” doveva mangiarne di pane prima di sbarcare in quella Genova che gli ricordava così tanto il suo Brasile. Una quindicina di anni dopo quando il suo futuro in Italia sembrava compromesso, il ragazzo di Guarulhos non ha perso la fiducia in se stesso: la Juventus ha bussato all’improvviso alla sua porta e Rubinho l’ha spalancata come non aveva mai fatto sul terreno di gioco. Antonio Conte è stato un maestro, Massimiliano Allegri l’uomo perfetto per sostituirlo senza rimpianti, anche se in Champions League la gloria è stata soltanto sfiorata e trattenere le lacrime è stato praticamente impossibile. Quelle che hanno reso il “pugile” Rubinho più forte e determinato in vista della nuova missione che lo attende nella sua seconda vita.

Rubinho, che momento sta vivendo della sua vita?
Ho intrapreso la carriera che un po’ quasi tutti gli ex calciatori decidono di fare dopo aver smesso di giocare. Mi occupo delle mediazioni tra procuratori e società e altri procuratori. Faccio l’intermediario, ho portato già alcuni agenti a grosse società in Italia, ho già parlato con tanti altri di loro per portare i giocatori assistiti in Asia e Arabia Saudita. Negli ultimi due mesi ho conosciuto un po’ di gente e penso che mi porterà dei frutti. Tutto è una grossa novità per me, non avrei mai immaginato di fare questo lavoro però mi sto divertendo e secondo me mi toglierò grandi soddisfazioni.

Avrebbe voluto giocare ancora? Ha qualche rimpianto?
Uno dei miei obiettivi era giocare fino a 40 anni, purtroppo la mia carriera sì è chiusa prima però non ho rimpianti. Ho iniziato a giocare a 18 anni in prima squadra e l’ho fatto fino a 37. Ho giocato per tanti anni, sono stato in grandi squadre, ho vinto cose importanti in Italia, in Brasile, nelle nazionali minori.

Lei ha giocato e vinto con la maglie della Juventus: quali circostanze l’hanno portata a Torino? Che cosa ha rappresentato per lei?
Sono arrivato alla Juve un po’ screditato perché avevo rescisso il mio contratto col Palermo da 6-7 mesi: purtroppo le persone legate ai rosanero all’epoca non si erano comportate da signori con me. In quel momento sembrava tutto chiuso per me,  pensavo che non sarei più riuscito a trovare un’altra squadra in Italia. Mi sono allenato un po’ col Varese, ma mi sono infortunato durante le prime giornate di lavoro in ritiro. Stavo finendo il periodo di recupero e si avvicinava la chiusura del mercato: in quel momento mi ha chiamato la Juve. Sono andato a Torino 2-3 volte in 5 giorni per parlare con Antonio Conte e il preparatore dei portieri Claudio Filippi: volevano capire come stessi, quale fosse la mia situazione e che tipo di persona fossi perché avrei dovuto ricoprire un ruolo molto particolare. Mi sono messo a disposizione della società e abbiamo firmato il contratto: ero contento perché ero alla Juve e poi perché per me si era aperta di nuovo una porta in Italia. Ho svolto il mio compito: far stare bene Gigi negli allenamenti specifici e aiutare gli altri giocatori per migliorarli, dare una mano nello spogliatoio ed essere vicino a chi non stava bene oppure aiutare chi stava bene a mantenere quel livello di forma. Penso di essere riuscito a farlo molto bene.

Che tipo di allenatore è Conte?
Ho giocato contro di lui quando ero al Genoa in Serie B: la partita contro il suo Arezzo era stata una delle più difficili per noi. Poi Conte è stato al Bari e ha fatto un bel lavoro. Quando sono tornato al Torino in B abbiamo giocato contro il suo Siena e loro sono saliti in Serie A. Nella mia carriera ho incontrato il mister per 2-3 volte come avversario. Ho avuto subito l’impressione che fosse un allenatore molto molto preparato. I suoi allenamenti erano sempre di altissima intensità, ogni giorno facevamo un lavoro diverso, in campo Conte era sempre sul pezzo.

Siete mai arrivati sfiniti dopo un allenamento di Conte?
Sì, però era una cosa che facevamo con naturalezza. Non ci pesava. Durante la settimana, Gigi e Storari restavano con Filippi per preparare le partite nei particolari, io invece stavo con la squadra, ho imparato tantissime cose sulla tecnica e sulla tattica. Ogni giocatore aveva un piazzamento dentro il campo e un ruolo specifico per ogni situazione: era una cosa molto bella da vedere e da fare. Quando Conte diceva che dovevi fare certe cose, sapevi che se le avresti fatte poi sarebbe arrivato un risultato importante. Sono stato molto bene con lui. Conte è stato l’allenatore che mi ha fatto giocare di più alla Juve: nei due anni che abbiamo fatto insieme, mi ha schierato nei secondi tempi delle ultime partite. Sono un suo ammiratore e un suo tifoso perché so che squadra in cui va ottiene risultati. Faccio il tifo per lui.

Conte si è dimesso dalla Juve nell’estate 2014: che cosa avete provato?
Eravamo in pochi, era appena iniziato il ritiro. Siamo rimasti scioccati, non ci aspettavamo che potesse accadere una cosa del genere. Dopo qualche giorno è arrivato Allegri con tutto il suo staff e ha portato un nuovo modo di pensare e di lavorare: per noi è stato bello. Anche Allegri è stato un grande, ho imparato tante cose da lui e dai suoi collaboratori come Marco Landucci, che è stato allenatore dei portieri e prima ancora un portiere.

(Photo by Matthias Hangst/Getty Images)

Nel 2015 avete perso la finale di Champions contro il Barcellona a Berlino: che cosa ricorda di quella sera?
Eravamo felici di essere lì per affrontare il Barcellona, una delle squadre più importanti e temute all’epoca. Eravamo talmente concentrati prima della partita che si poteva sentire il ronzio di una zanzara dentro lo spogliatoio. Quando è finita la partita, la cosa che mi ha segnato di più è stata vedere la delusione di Gigi e di Pirlo e di tutti gli altri campioni che c’erano all’epoca cioè Evra, Tevez e Morata. Avevamo fatto una partita strepitosa, ma non eravamo riusciti a portare a casa la coppa. Vedere tutti quei campioni tristi e vederli piangere mi ha fatto un po’ impressione. Avevo lavorato con loro ogni giorno e sapevo che erano impressionanti come uomini e come giocatori. Vederli in quello stato mi ha lasciato un segno.

Le piace la Juve di Sarri?
Purtroppo qui in Brasile non c’è nessuna televisione che trasmette la Serie A e nemmeno su Internet riesco a vedere le partite. Sono stato in Italia a gennaio e sono riuscito a vedere Juventus-Fiorentina. La cosa che mi ha colpito di più è stata la differenza dei ritmi. la squadra di Conte e di Allegri era veloce, quella di Sarri mi è sembrata più lenta e poco aggressiva. In quella partita però sono stati concreti: Ronaldo ha fatto due gol su rigore, poi De Ligt ha segnato il terzo di testa. I ritmi di Conte e Allegri però erano diversi.

Quante possibilità ha la Juve di vincere la Champions?
Quando si parla di Champions, la Juve ha sempre chance. Nella stagione in cui siamo arrivati in finale contro il Barcellona, siamo andati a Dortmund per sfidare il Borussia agli ottavi: sulla carta sembrava che fossimo già spacciati. Abbiamo fatto un partitone e da lì in poi è cambiato tutto e siamo arrivati in finale. La Juve ha una grande squadra e nessuno può permettersi di sottovalutarla in Europa. Sarri ha a disposizione tanti campioni. Chi affronta la Juve in Europa deve pensare di coprirsi un po’ e deve fare attenzione perché loro possono fare male a chiunque.