Torino, il segreto di Asta: “Così Belotti ha segnato per 7 gare di fila”

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“Mister, cosa ci racconta della sua terza vita al Torino?”. Ad Antonino Asta basta dare il “la” per farlo diventare un fiume in piena. “TurboTonino” rievoca insieme a Toro News i cinque mesi al fianco di Moreno Longo come collaboratore tecnico del Torino. Lui che del Torino è stato capitano e allenatore della Primavera, ha accettato – come Longo – di farsi carico di una situazione difficile. Lavorando non come primo allenatore, ma dietro le quinte, entrando nel cuore di quel Toro malandato della scorsa stagione, lui che del Toro è e resta un simbolo e una bandiera.

Antonino, una volta abbandonata la Primavera nel 2012 lei ha sempre fatto il primo allenatore. Cosa l’ha spinta ad accettare di fare il collaboratore tecnico?

“Facile rispondere, l’ho fatto perché si trattava del Toro. Nei mesi precedenti avevo rifiutato alcune offerte da allenatore. Ma alla chiamata di Massimo Bava non ho esitato un attimo a dire di sì con molta emozione, senza pensare più di tanto a contratti o altre cose”.

Come è stata la collaborazione con Longo? Ci sono stati dei momenti in cui vi siete “pestati i piedi”?

“Assolutamente no. Ho sempre avuto presente quale era il mio ruolo. Moreno si è fidato di me perché sa che tengo al Toro tanto quanto lui. Sono sempre stato un passo indietro. Posso dire che sono stati mesi impegnativi, emozionanti, belli. C’è tanta soddisfazione per avercela fatta. Certo, c’è anche un po’ di rammarico”.

Perché?
“In altre condizioni avremmo potuto fare meglio, convincendo la società a confermarci. Ma tante cose sono girate storte. A partire dal fatto di essere arrivati dopo la conclusione del mercato di gennaio. Poi c’è stata la situazione unica del lockdown. Il campionato è ripreso con un format che prevedeva partite ogni tre giorni: una situazione dura per tutti, soprattutto per uno staff tecnico che subentra e non può dare una sua impronta perché manca il tempo durante la settimana. Non dimentichiamo poi che abbiamo dovuto fare scelte difficili di turnover perché avevamo una rosa corta, molto più corta di tante altre avversarie. E io dico che è mancato anche il supporto dei tifosi”.

C’è chi pensa che giocare a porte chiuse sia stato un vantaggio per evitare contestazioni.

“Io invece credo che il tifoso del Toro durante i novanta minuti sappia farsi sentire come nessun altro”.

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C’è stato un momento in cui ha temuto davvero la Serie B?

“Per me e Moreno legare i nostri nomi a una retrocessione del Toro sarebbe stato tremendo, prima di tutto dal punto di vista personale, perché il Toro è stato ed è la nostra vita. Non potevamo proprio pensarci. Sono stati mesi di sofferenza, ve lo assicuro. Non sto a dire quante ore di sonno abbiamo perso, noi dello staff. Stavamo dal mattino alla sera al Filadelfia per studiare ogni possibile soluzione ai problemi. Ma di problemi ce n’erano tanti, troppi”.

Da una stagione all’altra, praticamente con gli stessi uomini, il Torino ha ottenuto 23 punti in meno. Che spiegazione si è dato?

“Quando siamo arrivati abbiamo trovato una situazione complicatissima sotto ogni punto di vista. Era difficile identificare una problematica particolare perché ce ne erano troppe, tutte insieme. Nel calcio esistono le annate così. Parti per un obiettivo ambizioso, poi ti rendi conto che è sempre più lontano. I giocatori si intristiscono, perdono fiducia, si entra in una spirale negativa dalla quale è difficile uscire. La storia del calcio è piena di retrocessioni a sorpresa di squadre che nessuno si sarebbe aspettato rimanessero invischiate in quella lotta”.