Una giornata da campione Che sfida con Cecchinato!

Guardo la racchetta come se potesse parlarmi, almeno ascoltarmi, soprattutto capirmi. Oggi non come tutte le altre volte, chiss se lei se n’ gi accorta. Oggi tutto vero. In fondo il rumore della pallina inequivocabile, come lo stridore delle scarpe sul cemento e la fatica che sto facendo. Stavolta non finir come al solito: io che mi sveglio di soprassalto e scopro di essere a letto invece che sul Centrale di Wimbledon. successo spesso, ma non mi sono mai sentito responsabile di nulla: “La colpa del tennis”, ho ripetuto mille volte cercando il conforto di amici alle prese con gli stessi, patetici risvegli. La meraviglia di questo sport, d’altronde, quella sensazione di sogno perenne che ti accompagna a prescindere da et, classifica, prospettive. Puoi essere numero uno o centomila, il pi forte del mondo o del condominio: avrai comunque un obiettivo da inseguire perch il tennis regala sempre una nuova emozione, una nuova sfida. Come succede a me oggi. Da quella parte della rete c’ Marco Cecchinato, ultimo eroe del tennis italiano, semifinalista al Roland Garros, 26 anni, numero 20 Atp: uno che il suo sogno se l’ costruito talmente bene da trasformarlo in una realt ancora pi bella. Da questa parte ci sono io, giornalista, tennista-sognatore, 46 anni, con una classifica che un gratificante riconoscimento alla passione (2.8, per chi mastica qualcosa del ranking italiano). Giochiamo insieme, sotto il sole di Alicante. Marco spezza per un’oretta il ritmo dell’intenso lavoro di preparazione; io tocco il punto pi alto della mia “carriera”, un top 20 non mi ricapiter pi… Ed anche l’occasione buona per conoscere meglio Ceck, perch ogni colpo ci racconta qualcosa di lui, ci svela una sfumatura del carattere.

Marco Cecchinato, 26 anni, con il nostro giornalista G. B. Olivero. Marco Cecchinato, 26 anni, con il nostro giornalista G. B. Olivero.

Marco Cecchinato, 26 anni, con il nostro giornalista G. B. Olivero.

Marco Cecchinato, 26 anni, con il nostro giornalista G. B. Olivero.

Il servizio (e la concentrazione)
“Sei pronto?”, mi chiede Marco. Prima di iniziare con lui mi sono scaldato un quarto d’ora con Uros Vico, un coach che appena entrato nel team di Cecchinato, uno che da ragazzo aveva battuto due volte Federer e che ha tuttora un braccio fantastico: riuscirebbe a far palleggiare un manichino. Marco parte piano, vuole capire quale sia il mio livello per decidere fin dove spingersi. Dopo pochi minuti Vico lo invita ad accelerare: “Fagli vedere come viaggia la palla”. Lo schema-base di Cecchinato apparentemente semplice: servizio in kick e dritto. Ma di semplice nel tennis non c’ nulla: “Prima non ero un gran lavoratore, poi ho capito l’importanza di stare a lungo in campo. Adesso curo ogni dettaglio. Ho affrontato molti sacrifici soprattutto quando lasciai Palermo. Ma ne valsa la pena. Del mio lavoro non amo fare ogni settimana la valigia e vedere sempre le stesse facce. Da piccolo sognavo di entrare nei top 100. Non mi piaceva studiare, un giorno mentre facevo i compiti con mia madre le dissi che volevo concentrarmi solo sul tennis. Quello fu il primo step. Per serve la testa giusta. Io rifletto sui miei errori, se sbaglio lo ammetto. Sono un bel rompiballe con il mio team, per mi fido di loro. E ho un rapporto meraviglioso soprattutto col preparatore Umberto Ferrara che ha 50 anni, mi segue da sette ed un secondo pap. Ho bisogno di persone che sul lavoro mi dicano cosa fare”.


Marco Cecchinato in azione.

Marco Cecchinato in azione.

Il dritto (e il destino)
Il dritto di Ceck fa male: la palla esce bene dalle corde, pesante e veloce. “Adesso ti faccio correre”, urla sorridendo. Io scatto, sbuffo, colpisco, riparto. “A me piace comandare in campo e con il dritto ci riesco. Ma anche fuori voglio avere tutto sotto controllo sebbene creda nel destino. Ti ricordi che a Budapest vinsi da lucky loser? Ecco, c’erano due posti in tabellone e un sorteggio fra tre giocatori. Il direttore del torneo di solito concede agli stessi giocatori di fare l’estrazione, io non l’avevo mai fatto, non mi piaceva. La mia fidanzata mi convinse, pescai il mio nome, entrai in tabellone e vinsi. Destino…”. Sulla diagonale di rovescio la palla rallenta un po’. Marco gioca a una mano, io a due, mi difendo e poi mi diverto quando lo scambio scivola sul back: io sono nato con le racchette di legno, meglio il fioretto della spada. Il back di Ceck proprio bello: la palla rimbalza e scappa via, nel circuito d fastidio a tanti. “Eppure qualche anno fa il rovescio mi faceva venire gli incubi. Adesso sono molto pi sicuro e ho vinto tanti match grazie a questo colpo. L’ultimo punto contro Djokovic a Parigi fu un passante di rovescio: la palla non scendeva pi… Di quel giorno ricordo tutto, ogni attimo, la paura nel quarto set, la capacit di non accontentarmi della bella figura: volevo solo vincere. All’ingresso sul Centrale mi bruciava lo stomaco: io fui accolto da un leggero applauso, Nole da un’ovazione incredibile. Ma poi ho vinto io. Ognuno ha i propri tempi di maturazione, io ho fatto il salto di qualit a 25 anni e ho altre dieci stagioni davanti. Penso sempre positivo e non temo di imitare la parabola di Tot Schillaci, palermitano come me, esploso alla mia et e poi calato in fretta. Il bello del tennis che ogni settimana puoi metterti alla prova. E intanto mi godo il rispetto degli avversari. Prima nello spogliatoio sembravo invisibile, adesso mi salutano Federer, Nadal, Djokovic e tutti i big”.

Cecchinato alla corda.Cecchinato alla corda.

Cecchinato alla corda.

Cecchinato alla corda.

La smorzata
(e l’imprevedibilit)
Marco alza il ritmo, io gli vado dietro finch posso. L’intensit notevole (per me) e a volte devo trovare il modo per uscire dallo scambio con onore. Come quando, dopo tre dritti a velocit crescente (e quindi con il mio errore progressivamente sempre pi vicino), mi esalto con una smorzata vincente alla… Cecchinato. Temo di apparire spudorato, come fare un doppio passo in faccia a Ronaldo o dribblare Zidane con una ruleta. Marco invece apprezza: “Ci vogliono incoscienza e soprattutto coraggio. La smorzata ce l’ho dentro fin da piccolo, ma l’imprevedibilit confinata al campo: fuori sono preciso, ordinato. La storia con Gaia, che ha nove anni pi di me, mi ha fatto ulteriormente maturare. E non stato un caso che tra di noi nacque tutto a Budapest quando vinsi il primo torneo. Piuttosto, dovrei comportarmi meglio: so che non bello vedere certe scene, le urla, le racchette rotte. Ho gi promesso che quando avr un figlio mi controller, ma adesso faccio fatica: sono fumantino. Sotto questo aspetto cerco un equilibrio: se sto completamente zitto, gioco male. Ma se esagero con le sceneggiate, la situazione non migliora. Quindi devo riuscire a scaricare un po’ di tensione senza superare certi limiti”. La vole (e l’amicizia) Da bambino il mio idolo era John McEnroe e appena posso vado a rete. Marco punisce con un back tra i piedi la mia folle spregiudicatezza: “Pure in controtempo vieni avanti… Io devo migliorare nei colpi al volo, non posso andare a rete solo a stringere la mano all’avversario. Questa una delle mie prossime sfide. La rete come una barriera, io sono un ragazzo introverso e diffidente, la mia fiducia devi meritartela. Ho una ristretta cerchia di amicizie e sto bene cos. Gli amici apprezzano la mia sincerit e sanno che ho due sogni: uno realizzabile, sfidare Federer prima che si ritiri; l’altro pi complicato, giocare a San Siro con la maglia del Milan. Da centravanti me la cavo. Baratterei un terzo turno in uno Slam per un’emozione del genere”. Il tempo vola, il killer point il modo migliore per chiudere. Batto io da sinistra, Ceck provoca: “Se servi sul dritto ti devasto”. Lo so… Ma cerco la sorpresa dell’ace al centro: nastro. E allora vado al massacro a modo mio: seconda in kick sul rovescio e discesa a rete. Marco decide di scrivere la sentenza con il lungolinea senza ipotizzare quello che sta per accadere e che grazie a un video mai cos prezioso potr mostrare con orgoglio a moglie, figli, amici: vole bassa di dritto incrociata, Ceck impietrito, io ormai esultante. Ma fuori, pare. Di pochissimo, ma fuori. Chiedo il falco, non c’. Marco ride e mi abbraccia. Prima di infilarla nel borsone guardo la racchetta e le dico: “Era davvero fuori?”.
Nessuna risposta.

Il bacio di Marco alla fidanzata Gaia.

Il bacio di Marco alla fidanzata Gaia.

 G. B. Olivero 

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