Vi ricordate di Carmine Coppola? L'uomo che “minacciò”… Ibra!

Ai piedi del Vesuvio ha cominciato a rincorrere un sogno, a cinquecento chilometri di distanza se lo è andato a prendere. Nonostante questo Carmine Coppola è rimasto il ragazzino di sempre: il figlio di un operaio napoletano che i primissimi tempi doveva pagare per giocare e che poi ha ripagato tutti col suo coraggio e la sua passione. Napoli è casa e un sogno calcisticamente inespresso, Padova è stato il trampolino di lancio, Messina un porto di amore in cui ogni giocatore vorrebbe sbarcare almeno una volta in carriera. La squadra del settimo posto nella Serie A 2004-05 è sempre più lontana nel tempo, ogni sera però rientrando verso casa, Carmine butta un’occhiata allo stadio San Filippo, la cattedrale nel deserto dove spera che un giorno il pallone torni a rotolare e i campioni a sgomitare. Qui dove c’è tutto lo Stretto necessario.

Carmine, lei ha smesso di giocare nel 2012: che cosa fa oggi a Messina?
Ho aperto una struttura di campi di calcetto al coperto e seguo il settore giovanile del Taormina. Poi gestisco la mia scuola calcio Football 24: mi diverto coi ragazzi, provo a portare i migliori nel mondo dei professionisti. Faccio calcio con passione, provo un amore viscerale per il pallone. Grazie al calcio ho fatto un salto di qualità nella mia vita: io vengo da una famiglia di operai e ne vado fiero. Il calcio mi ha permesso di arrivare a cose che probabilmente non avrei mai potuto avere.

Lei è messinese d’adozione, ma è nato in Campania: che cosa ricorda della sua infanzia?
Sono originario di Pollena Trocchia, praticamente sotto al Vesuvio. Manco da casa da tanto tempo: a 13 anni me ne sono andato a Vicenza. Quando ero piccolino ero vivace, un monello: ho fatto vedere i mostri ai miei genitori. Mio padre faceva l’operaio: nella sua azienda c’era una scuola calcio per i figli dei lavoratori, io ho iniziato a giocare a pallone così. A mio padre veniva sottratta mensilmente dallo stipendio la retta per farmi giocare. Dopo un anno però non ce la facevamo più: eravamo in cinque in famiglia e non riuscivamo a sostenere tutte le spese. Mio padre ha detto alla scuola calcio che non poteva più pagare la mia retta: loro però mi hanno preso lo stesso, volevano che giocassi. Ero un bravo calciatore ma un ragazzo folle, sempre al limite. Non ho mai avuto mezze misure.

Uno dei suoi principi è la fedeltà: che cosa l’ha spinta a legarsi a Messina?
A Vicenza nel 1998 ero uscito dal settore giovanile, ma sono stato allontanato perché ero un po’ folle. Mi hanno mandato per punizione al Cittadella in C1: lì ho fatto 34 partite da titolare al primo anno. Mi ha chiamato il Messina, ma ho detto ‘no’ perché non volevo andare a giocare sotto Vicenza. Poi mi sono rotto il ginocchio, il Messina ha vinto il campionato e mi ha preso anche se avevo i legamenti crociati anteriori e i collaterali saltati. Sono rimasto fermo per un anno. La società mi ha aspettato e mi ha fatto esordire: così è nato quell’amore che provo verso la città e verso questo popolo che mi ama anche se ho smesso da tanti anni. Sono orgoglioso di questo legame. Anche io avrei voluto vincere uno scudetto o una coppa, ma sono stato ricambiato da Messina con un amore che ad un giocatore capita poche volte di provare nella sua carriera. Questa città mi ha dato tante cose compresa mia figlia, àncora della mia vita.

Che rapporto ha col denaro?
I soldi sono importanti, ma penso che una persona debba vivere col giusto: il troppo storpia. Avere tanti soldi non significa essere felici. Ho smesso a 32 anni perché non avevo più voglia: avevo problemi alle ginocchia. Nella mia carriera ho subito gravissimi infortuni: pubalgia, rottura dei legamenti crociati anteriori e posteriori e del menisco collaterale. Ho deciso di smettere perché non volevo rubare soldi a nessuno, non ero più soddisfatto di me stesso. Mi avevano cercato molte squadre, ma ho detto ‘no’. Ho chiuso dove avevo iniziato: sono venuto al Messina in Serie D, ho fatto il mio ultimo anno poi ho smesso.

È mai stato vicino ad un grande club?
Sì, un anno potevo andare in Inghilterra al Tottenham: avevamo programmato tutto, alla fine però ho preferito l’amore di Messina. Sono stato vicino al Napoli ai tempi della C1: volevo andarci perché sono tifosissimo del club, il mio cuore è diviso tra il ciuccio e l’Acr Messina, una delle due squadre che ci sono in città. Io sarò sempre tifoso dell’Acr: lo saró fino alla morte. In Italia avrei voluto giocare a Cagliari: avevamo preparato 5 anni di contratto poi però è saltato tutto.

Messina-Como del 2004 in Serie B è la partita più importante della sua carriera?
Tutte le partite sono state importanti per me. Vivevo al limite: ero un giocatore talmente fuori di testa che per me erano tutte delle finali. La partita col Como è stata emozionante perché abbiamo fatto il salto di qualità: tutti vorrebbero passare dalla Serie B all’Olimpo del calcio. Io mi sono sempre prefissato degli obiettivi: uno di questi era giocare una partita in Serie A, poi ne ho disputate 90 tutto rotto. Gli ultimi anni sono stati molto difficili, però sono felicissimo di aver giocato per tanti anni nella città in cui vivo.

Il Messina è arrivato settimo nel 2004-05: che cosa aveva di speciale quella squadra?
Avevamo fame, rabbia e cattiveria. Sono convinto che la gente che vuole giocare a pallone debba avere queste tre cose. Ai ragazzi che lavorano nella mia scuola calcio e nel settore giovanile dico sempre che devono avere passione, amore e rabbia per raggiungere obiettivi che per altri sono irraggiungibili. Oggi manca un po’ di fame: i calciatori stanno spesso sui social, vedo troppe dirette su Instagram.

È passato alla storia il suo scontro con Zlatan Ibrahimovic: che cosa è successo tra di voi?
È stato uno scontro di gioco: in campo mi aveva insultato e ad un certo punto non ce l’ho fatta più, però tutto è nato ed è finito lì. Poi ci siamo rivisti nel sottopassaggio e mi ha dato la sua maglia. Considero Ibra un giocatore pazzesco, sono sempre stato innamorato della sua personalità.

Lei non ha avuto paura di Ibra?
Io non ho mai avuto paura di nessuno. Lo so, sono un folle perché Ibra è un camion. Nella mia vita però non ho mai avuto paura di niente: nemmeno della morte. Ho solo paura di non vivere al massimo: sono convinto che qualsiasi cosa debba essere fatta sempre al meglio, poi come va va. Agli inizi della mia carriera dicevo che avrei voluto giocare in Serie A: se non ci fossi riuscito avrei giocato al massimo in Interregionale, l’importante per me era dare sempre il massimo. Non volevo avere rimpianti.

Ibra a 38 anni è ancora un giocatore decisivo: è d’accordo?
È un alieno. I giocatori in Serie A si dividono in tre categorie: i buoni giocatori, quelli forti forti che sanno stare nella categoria e gli alieni. Ibra fa parte degli alieni. Io non sono assolutamente un tifoso della Juve, stravedo per il ciuccio del Napoli però ho grande ammirazione nei confronti di Chiellini: Giorgio è un altro alieno. Senza di lui la Juve è una squadra normale, lo abbiamo visto quest’anno.

E dove mette Cristiano Ronaldo?
Ai livelli di Ibra: anche Cristiano Ronaldo è un alieno, un professionista esemplare. I giovani dovrebbero prendere come esempio Ronaldo e Ibra, gente che si allena e parla coi fatti. Metto Ibra allo stesso livello di CR7: Ronaldo ha vinto qualcosa in più, per me però Ibra è Ibra. Poi ho un sogno: vorrei Messi al Napoli, se arriva Leo faccio l’abbonamento. Poi l’altro mio grande desiderio è rivedere l’Acr Messina nelle categorie che gli competono.