Vi ricordate di Jimmy Fontana? L'ex portiere dell'Inter ora gestisce un… B&B!

(Photo by Phil Cole/Getty Images)

Lei andava a vedere il Cesena poi ne è diventato calciatore: che legame si è creato?
A Cervia si tifa per il Cesena dove ho fatto tutta la trafila del settore giovanile. Ho conosciuto una persona fantastica come Giorgio Fioravanti: mi scelse quando avevo 14 anni, ero piccolo e magro e nessuno mi voleva, lui invece mi ha aspettato. A 16-17 anni il brutto anatroccolo che non giocava mai è diventato un cigno. Sono cresciuto in un settore giovanile importante, c’era anche Ruggiero Rizzitelli oltre a Bianchi e Minotti. Sognavo di arrivare in prima squadra: ce l’ho messa tutta, non è stato facile non giocare per 3 anni. Spero che il Cesena possa tornare a splendere con la nuova società. Quando la tua squadra fa 12mile spettatori in Interregionale significa che c’è grande affetto da parte della gente.

Lei ha conosciuto Agostino Di Bartolomei a Cesena: che cosa ricorda?
Alla Roma e nel Milan sembrava un taciturno, ti metteva in soggezione. Quando sono andato in ritiro col Cesena in prima squadra ho conosciuto una persona simpaticissima che adorava i giovani e che aveva sempre la battuta pronta. Ho un ricordo bellissimo. È stato fondamentale l’aiuto che ci hanno dato giocatori come lui. Quando ho saputo della sua scomparsa ero con Gianluca Ricci che aveva fatto parte di quella Primavera del Cesena: giocavamo al Bari, eravamo in macchina, ricordo ancora quel momento.

Lei a Cesena è stato allenato da Marcello Lippi: com’è stato crescere col mister?
Alla prima stagione in Serie A ho fatto il secondo a Sebastiano Rossi: eravamo cresciuti insieme nel settore giovanile. L’anno dopo siamo rimasti io e Francesco Antonioli, siamo partiti bene entrambi, però io ero di proprietà e penso che questo abbia inciso nelle scelte societarie. Lippi è stato il primo allenatore a farmi giocare: con lui ho esordito in Serie A, lo ringrazio, mi ha aperto le porte del grande calcio.

Nel 1993 lei si è trasferito al Bari: che cosa ha significato per lei?
Prima di trasferirmi a Bari non ero mai andato via da casa. Avevo giocato un anno alla Spal, prima ancora a Pesaro, però alla sera potevo tornare sempre dai miei. L’impatto con una grande città come Bari non è stato semplice: ha significato tagliare il cordone ombelicale col passato. All’inizio è stata dura, ma è stato un passaggio importantissimo perché mi ha permesso di vedere il calcio in un’altra ottica. Sono stati anni molto belli, ho fatto parte di un grande organico, a Bari c’era un genio come Carlo Regalia che aveva costruito una macchina che funzionava alla perfezione. Abbiamo stravinto un campionato, poi abbiamo fatto bene in Serie A. Bari ha un bacino di utenza e una tradizione che si fanno sentire.

Dopo il Bari lei ha giocato nell’Atalanta: l’ha sorpresa la crescita recente della società?
Bergamo è vicino Milano e tanti pensano che la gente faccia il tifo per l’Inter o per il Milan: quando arrivi lì capisci che è una realtà forte e che c’è solo la Dea. La società ha sposato da anni una filosofia che mette al centro il settore giovanile, un grande serbatoio gestito a lungo dal grande Mino Favini e che porta ragazzi in prima squadra da quarant’anni. Lo stadio sa aspettarli, la gente non gli chiede di spaccare il mondo. La crescita del club non mi stupisce: quando programmi bene e tutti gli anni vendi alle big alcuni ragazzi e dietro di loro ce ne sono altri già pronti a sostituirli allora i conti tornano. Ciò che ha fatto negli ultimi anni è incredibile, il modello Atalanta va copiato. Scudetto? Molto difficile ma non impossibile.

Dopo l’Atalanta lei è andato al Napoli per 6 mesi: è stata un’esperienza difficile…
Fu Mondonico a portarmi a Napoli. Quando sono arrivato la squadra aveva 8-9 punti, facemmo un grande girone di ritorno, ma siamo retrocessi alla penultima giornata per la vittoria del Verona in casa del Parma, due squadre che avevano la stessa proprietà, una situazione che dall’anno successivo non fu più permessa. Un po’ di amaro in bocca è rimasto, però la società non stava bene: c’erano persone fantastiche che facevano lavori umili e non prendevano lo stipendio. Mi proposero un triennale ma l’Inter da dodicesimo mi offrì la possibilità di vedere il calcio da un gradino più alto, ero curioso di farlo.

Lei ha affrontato grandi attaccanti come Zlatan Ibrahimovic: che cosa ricorda?
Quando ho giocato col Chievo nel 2005-06 pareggiammo 1-1 con la Juve che veniva da tante vittorie di fila e feci 2-3 cose buone contro di lui. A Palermo invece feci male in uno scontro diretto: noi ci eravamo arrivati da secondi in classifica. Stiamo parlando di un giocatore fantastico: dove va Ibra si vince, l’anno scorso il Milan ha cambiato marcia quando è arrivato. Dopo una parata oppure uno scontro di gioco ti dava sempre la mano per tirarti su. In Palermo-Inter del 2008, la mia ultima partita, mi fece gol, dopo il fischio finale gli chiesi la maglia e me la diede mettendosi a ridere. Voleva vincere: i campioni sono così.

Ha un po’ di amaro in bocca per come è finita tra lei e il Palermo?
Ho giocato in un Palermo fantastico, quella squadra era subito dietro le grandi. C’era una proprietà importante che ha fatto tanti investimenti. Il presidente Zamparini va preso per come è nei suoi pregi e nei suoi difetti: era una persona molto generosa, quando cambiavi idea però potevi avere degli scontri con lui. Avrei potuto giocare la mia ultima partita per salutare il pubblico, ma la società decise di portare avanti la scelta che aveva fatto. Non ho capito perché mi hanno tenuto: quell’anno sarei potuto andare alla Roma a fare il secondo di Doni.

Nel suo ultimo anno al Palermo il titolare era Amelia: come è stato affrontare quella situazione?
La società aveva preso Marco, le cose non partirono subito bene e c’era qualche mugolio. La società scelse di togliere me dai pali, l’anziano di turno, per far giocare Amelia, secondo me però sarebbe stato meglio lasciarmi partire. Poi l’allenatore che mi ha voluto tenere, Colantuono, ha pagato anche dazio e mi dispiace: è un tecnico molto bravo. Quando scegli di puntare su un giovane l’anziano devi darlo via.

Lei oggi gestisce un Bed and Breakfast: come sta vivendo questa esperienza?
Benissimo. I miei hanno un B&B a Cervia, mia moglie un hotel a Cesena: io mi occupo della burocrazia al mattino, al pomeriggio ho tanto tempo libero. Sono a casa mia nella mia città e nel mio mondo: è quello che volevo e sono contento che sia andata così. Ho fatto una scelta di vita: mio figlio è nato quando avevo quarant’anni, la piccola oggi ne 8. Volevo stare con loro. Sarei potuto restare nel calcio i primi anni dopo il ritiro, ma sarei dovuto andare via e non volevo farlo. Meglio rinunciare a qualche soldo e restare a casa. Qualcuno mi chiama prima di comprare un portiere, sapendo che non sono legato a nessuno e che non sono né un procuratore né un dirigente: non dirò mai chi però, l’anonimato va mantenuto.

Quando è nato il soprannome ‘Jimmy’?
Quando ero molto piccolo ai tempi della Spal. Io mi chiamo Alberto: è un nome articolato, Jimmy è più semplice da dire e mi è stato dato in onore del cantante Jimmy Fontana che allora era conosciuto da tutti. Jimmy era veloce da dire: è iniziato tutto così, credo che molti non sappiano più il mio vero nome.

“Il Mondo”, la canzone più famosa di Jimmy Fontana, ricorda la sua vita frenetica nel calcio: anche lei per vent’anni non si è fermato mai un momento…
È stato il mio sogno, ho vissuto una generazione particolare e sono stato anche un po’ sfortunato: sono esploso in un momento in cui c’erano già 7-8 fenomeni. Ho giocato fino a quarant’anni perché quando loro hanno smesso la generazione alle loro spalle non era allo stesso livello, così gli allenatori hanno preferito avere in squadra un portiere come me con 2-3 anni in più. Pagliuca, Marchegiani, Peruzzi, Toldo, Buffon, Turci, Antonioli, Cervone e Rossi: C’è poco da fare quando cresci nell’era dei mostri sacri.

La sua carriera è stata legata alla ’12’: che cosa le dice oggi questo numero?
Mi ricorda il mio passato: ho vissuto la mia infanzia portando sulle spalle soltanto questo numero perché non giocavo mai, era un po’ un mostro per me. Quando sono diventato grande ed è stata permessa la numerazione libera prenderlo è stata una sfida: all’inizio della mia vita è stato un incubo, poi quel numero mi ha accompagnato nel grande calcio ed è stato bellissimo.